Un velato sapere

Il primo compito è convocare nella parola quel soggetto che a volte è solito rimanere in attesa sulla soglia o perfino nella sala di attesa.

All’inizio di una psicoanalisi è la parola, ci insegna Freud. Per il tramite della parola, il paziente arriva in seduta a domandare, e di quel dire occorre farne qualcosa, occorre si sposti verso un desiderio di sapere, saperne qualcosa di ciò che si ripete e insiste in quel dolore, pensiero, accadimento che si racconta.

Il desiderio di sapere è un elemento fondamentale di funzionamento nella clinica, che spinge a continuare a dire e avvicina il soggetto alla causa intima che lo muove, al senso sconosciuto nel proprio sintomo. Ciò che ripete e fugge alla coscienza trova posto in una concatenazione stratificata di elementi del linguaggio, parole dette e non dette che hanno fatto trauma, quella ferita originaria che ha segnato il soggetto, indicava Freud.

Trauma non necessariamente come accadimento angosciante avvenuto nella realtà, ma come valenza di quell’evento per tale soggetto, una intima scossa, scrittura depositata nell’inconscio, agganciata ad altri elementi significanti, di corpo, pensiero, così che ogni volta che siamo raggiunti dalla parola di un altro che ci parla, che parla di noi, che ci guarda, essa ci colpisce e risuona.

Ecco che il dire a uno psicoanalista, il lavoro analitico, funzionerà da propulsore di spostamento tra elementi significanti, alleggerimento di affetti ed effetti di parole legati a quel senso originario di trauma, effetto di sorpresa.

Il lavoro analitico preme per dirci che c’è dell’altro che riguarda la propria implicazione al di là della consapevolezza, più precisamente, il modo di godere specifico e unico che ha il nostro inconscio. Laddove Freud ci insegnava a vedere l’al di là del principio del piacere, la spinta pulsionale che porta alla ripetizione di una sofferenza, Lacan ci insegna a vederne ciò che Freud aveva nominato tornaconto secondario e, riprendendo il concetto di plus valore da Marx, applica quest’ultimo alla clinica del sintomo, quale ripetizione di un plus godere proprio e singolare.

Così, nella ripetizione di un sintomo, sentiamo comparire quella sofferenza che percepiamo nel corpo o nel pensiero, e al contempo una parte di plus godere, di cui non abbiamo consapevolezza.

Il lavoro analitico porta verso un immediato affievolirsi del malessere nel sintomo, ma punta a un’alleanza con il proprio godimento.

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