Abbiamo dato il nome di psicoanalisi al lavoro con cui portiamo il malato a prendere coscienza dei suoi contenuti psichici rimossi. Perché “analisi”, che significa scomposizione, dissezione, e fa pensare a un’analogia col lavoro che il chimico compie sulle sostanze che trova in natura e porta nel suo laboratorio? Perché, in un punto importante, una tale analogia esiste davvero. I sintomi e le manifestazioni patologiche del paziente – come tutte le sue attività psichiche – hanno un carattere altamente composito; gli elementi di questa composizione sono in definitiva motivazioni, moti pulsionali.
Sigmund Freud, Vie della terapia psicoanalitica
Un sogno, in Freud, non è una natura che sogna, un archetipo che si agita, una matrice del mondo, un sogno divino, il cuore dell’anima. Freud ne parla come di un nodo, di una rete associativa di forme verbali analizzate che si intersecano come tali, non già per quello che significano, ma per una specie di omonimia. Quando una stessa parola si incontra in tre incroci di idee che vengono al soggetto, vi accorgerete che l’importante è quella parola lì e nient’altro. Quando avrete trovato la parola che concentra attorno a sé il maggior numero di filamenti di questo micelio, saprete che è quello il centro gravitazionale nascosto del desiderio in questione. Per farla breve, è il punto di cui vi parlavo poc’anzi, il nucleo dove il discorso fa buco.
Jacques Lacan, Il mio insegnamento
Il desiderio freudiano non è una funzione vitale; particolare, eccentrico, indistruttibile, assoluto, essenzialmente inappagato, oltrepassa ogni psicologia; esso è preso nello slittamento indefinito della catena significante in modo che Lacan l’identifica con la connessione stessa del significante al significante (struttura metonimica del desiderio). È questo un tema di Lacan divenuto dei più popolari; l’analista non risponde alla domanda; egli interpreta al di là, a livello del desiderio; il desiderio è inadattabile, ineducabile, non è suscettibile di una pedagogia, ma soltanto di un’etica: “Non cedere sul proprio desiderio”.
Jacques-Alain Miller, Schede di lettura lacaniane
Il campo della psicoanalisi è e rimane quello freudiano.
Se non è più freudiano non è più analitico.
Che cos’è il campo freudiano?
E’ quel campo in cui viene messo sul tappeto un fatto strano, stranissimo, vero scandalo per l’io cosciente: che in me, essere pensante, c’è non solo una forza, ma una forza organizzata, che mi fa fare determinate cose senza che io le voglia, come fa il sintomo che si ripete beffandosi dei buoni propositi che posso avere.
Questa forza si ripete a suo piacimento: coazione a ripetere, la chiamò Freud.
Antonio Di Ciaccia, L’oscurità di Jacques Lacan
© Michela Gorini Psicoterapeuta Psicoanalista Psicologa | P.iva 02397670411 | Iscrizione Albo Psicologi Marche n.1506