Dipendenze

Assistiamo al proliferare di sostanze e oggetti differenti, tante differenti esperienze che inducono effetti. Possiamo parlare di tossicodipendenza, effetto dell’uso massiccio e costante di sostanze. O anche di alcolismo, dipendenza da gioco d’azzardo, videogiochi, o anche shopping compulsivo, social network, sesso virtuale.

È la spinta al consumo che si rende manifesta in tali condotte, l’effetto primario che ne deriva è diverso in riferimento all’oggetto scelto: benessere, eccitazione, disinibizione, pacificazione, intensificazione di esperienze visive e uditive, stordimento, annullamento del pensiero, comportamenti di esaltazione, sensazione di gioia, euforia. La ricerca di qualcosa al di là della esperienza comune, di una propria quotidianità.

In tutte queste situazioni si evidenzia la scelta di un oggetto o condotta, che diventa una dipendenza, verso quell’oggetto, sostanza, condotta, o una compulsione, nei casi in cui l’effetto dannoso pare meno evidente e il consumo più socialmente accettabile.

Quando si giunge a non controllare tale comportamento, in qualche caso la percezione del malessere si fa evidente, se non alla persona, all’ambiente che si muove intorno, che inizia ad allertarsi. In alcuni casi entra in funzione la legge, in altri il contesto sociale o la famiglia. Gran parte di queste condotte evidenzia un consumo massiccio, nascosto, ripetuto, virtuale, individuale, non condiviso. Questo è un aspetto ulteriore della dipendenza, una dinamica reiterata di consumo che oscura, tappa le questioni portate dall’incontro con la propria alterità.

Compaiono poi insopportabilità del vuoto, uno spingersi al di là, al di là del principio di piacere, direbbe Freud, che ha nominato tale spinta, pulsione di morte. Un godimento mortifero, direbbe Lacan, che si impone senza condizioni, come da statuto del godimento, che non passa per l’Altro, per la legge, la regola, non si blocca su un limite assunto come proprio. Se non c’è vuoto, non vi sono condizioni per un desiderio, si ha soltanto un troppo che stordisce, una ripetizione che riempie, una sensazione che trasporta al di là, oltre, sparisce l’Altro, il volerne sapere qualcosa del proprio inconscio. Fino ad esserne travolti.

Si evidenzia, in tali comportamenti, proprio la spinta a una soddisfazione senza limite, al di là di un limite, anche quello che lo stesso corpo ci indica, fino a sentire dolore o angoscia profonda.


Come muoversi di fronte a tali condotte?

Un punto di disequilibrio, un senso di colpa o vergogna, la sensazione di quella esistenza propria macerata, il dolore vivo e urticante conseguente tale esperienza, lì può schiudersi una fessura, ed esserci un punto di inizio, di ascolto di sé, di messa in moto di una propria responsabilità.

La psicoanalisi ci offre una possibilità, quella di aprire una interrogazione su ciò che spinge quel soggetto, la propria verità, il proprio inconscio. A condizione che se ne parli, lasciando la solitudine del sintomo, l’attrazione per il rischio, la ripetizione, l’abisso, il non volerne sapere. A condizione di uscire dall’atto in favore di un buon uso della parola.


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